La sostenibilità è diventata, negli ultimi anni, un concetto totalizzante, si declina ovunque: nelle politiche pubbliche, nella comunicazione aziendale, nei comportamenti individuali – eppure, la sua relazione con il digitale resta ancora oggi un terreno poco esplorato e, troppo spesso, frainteso.
La recente puntata di Progress, su Sky TG24, ha avuto il merito di aprire una riflessione su questo punto nevralgico, ospitando in studio Stefano Epifani, presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale che ha presentato, in anteprima, un estratto della ricerca “Generazioni”, curata dall’Osservatorio per la Sostenibilità Digitale e che indaga la relazione tra età anagrafica, percezione del digitale e attenzione ai temi della sostenibilità.
Ciò che emerge è tutt’altro che banale: infatti, a dispetto della narrazione dominante, secondo cui i giovani sarebbero automaticamente più sensibili alle questioni ambientali e pronti ad abbracciare la transizione digitale, c’è da dire che – lo stato dell’arte – fotografato dai dati raccontano una storia diversa. È pur vero che tutte le generazioni, senza grandi scarti, si dichiarano attente alla sostenibilità, ma questa attenzione non sempre si traduce in comprensione rilevando quanto il tema sia di certo presente nel linguaggio, ma spesso assente nella profondità, non esiste, di fatto, una “generazione sostenibile”: esiste, semmai, una generazione trasversale di percezioni superficiali, che include giovani e adulti, nativi digitali e immigrati digitali.
In questo scenario, la Generazione Z, rappresenta un paradosso particolarmente interessante: cresciuti a pane e social network, immersi fin dalla nascita in ambienti digitali, questi giovani non sempre possiedono gli strumenti cognitivi per decodificare ciò che usano, non a caso, le competenze digitali che mettono in campo sono spesso di tipo strumentale — sanno usare le piattaforme, creare contenuti, navigare l’estetica del web — ma faticano ad articolare un pensiero critico sulla struttura stessa della rete, sugli algoritmi che la governano, sull’impatto energetico delle tecnologie che li circondano, insomma, sanno usare tutto, ma non comprendono nulla fino in fondo. Ed è proprio questa disconnessione tra pratica e teoria, tra consumo e consapevolezza, a costituire uno degli ostacoli più seri alla costruzione di una vera cultura della sostenibilità digitale.
L’analfabetismo digitale della Gen Z, dunque, non va inteso come assenza di abilità tecniche, ma come incapacità di integrare la dimensione tecnologica con quella etica, ambientale e sistemica, è un analfabetismo di secondo livello, più insidioso di quello classico, perché si nasconde dietro l’apparenza dell’efficienza operativa e non riguarda solo i giovani: anche tra i millennial, e sorprendentemente tra alcuni appartenenti alla Gen Z, serpeggia una tecnofobia più o meno latente, un fastidio diffuso nei confronti della complessità tecnologica, una nostalgia per un mondo che si percepisce come meno mediato, più “autentico”. Si tratta di una forma di resistenza culturale che, se non compresa e incanalata, rischia di generare nuove disuguaglianze cognitive e relazionali.
Nel frattempo, cresce — ma lentamente — la consapevolezza che il digitale possa essere un potente alleato per la sostenibilità. Le applicazioni in campo ambientale, sanitario, urbanistico, energetico sono già in atto: dalla sensoristica per il monitoraggio delle risorse naturali ai digital twin per simulare scenari urbani resilienti, dall’uso dell’intelligenza artificiale per ottimizzare la produzione agricola fino alle piattaforme per la trasparenza nei bilanci sociali, la tecnologia sta mostrando una vocazione sempre più chiara: quella di essere infrastruttura abilitante per un futuro equo e vivibile. La tecnologia non è né buona né cattiva: è uno strumento e come tutti gli strumenti, la sua utilità dipende dal grado di consapevolezza con cui viene utilizzata.
Se vogliamo una società digitale sostenibile, dobbiamo prima riconoscere che la sostenibilità digitale non è un accessorio, ma un pilastro della cittadinanza del futuro.
Non basta “parlare” di sostenibilità: occorre comprenderla, studiarla, esercitarla.
Non basta “usare” il digitale: occorre analizzarlo, interrogarlo, metterlo al servizio di una visione collettiva.
Questo richiede, prima di tutto, una nuova alfabetizzazione, fondata su intersezioni disciplinari: serve introdurre il linguaggio della complessità nelle scuole, nelle università, nei media. serve costruire percorsi educativi in cui la cultura tecnica, giuridica, ecologica e umanistica non siano compartimenti stagni, ma nodi di una stessa rete epistemica.
Solo così potremo passare da una generazione di percezioni a una generazione di consapevolezza.
E forse, per una volta, essere digitali significherà anche essere davvero umani.
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